Premessa
Questo nostro scritto (diviso in tre parti) nasce da un piccolo giallo che nessun detective ha finora chiarito, ma che nulla toglie al suo contenuto. Il giorno 25 maggio scorso la redazione de Il Pungolo rosso, il giornale on line della Tendenza internazionalista rivoluzionaria, ha ricevuto (tradotta in italiano) una dichiarazione del ministro degli esteri cinese Wang Yi – il testo lo troverete più oltre. La dichiarazione – che non parla di genocidio, ma di “catastrofe umanitaria” – espone in maniera attendibile la posizione della Cina su Gaza, riproponendo la (falsa) soluzione “due popoli, due stati”. Il solo elemento che poteva indurci a sospettare della sua autenticità era il carattere un po’ troppo assertivo del testo, e l’accenno alle sanzioni. Questo elemento nuovo, tuttavia, poteva essere il segno di un’evoluzione della posizione cinese in relazione alla crescita, a livello mondiale, della protesta contro i crimini di Israele. A noi questa dichiarazione è sembrata un fatto comunque rilevante, data la posizione di estrema prudenza tenuta dalla Cina dall’inizio del genocidio. Perciò l’abbiamo pubblicata immediatamente, con un nostro commento critico, intitolato: “Gaza – China strikes a masterful and cynical blow over a mountain of Palestinian deaths. What does it really want?”.
Senonché nei giorni successivi non si trovava traccia di questa dichiarazione sul portale del Ministero degli esteri della Repubblica popolare cinese. E allora, da dove ci è arrivata questa dichiarazione che anche altri siti hanno ricevuto? Una pista di indagine porta verso un gruppo di parlamentari (ed ex-parlamentari) italiani “amici della Cina” di ritorno da Pechino. Forse, in modo informale, hanno potuto conoscere una bozza di dichiarazione non ancora pubblica. E hanno commesso una gaffe diffondendola prima che diventasse ufficiale. Forse una dichiarazione data per certa è stata fermata all’ultimo momento. Forse il testo è un assemblaggio (così pare) di diverse frasi contenute in precedenti dichiarazioni del ministero degli esteri cinese. Forse è un ballon d’essai, chi sa.
Fatto sta che il nostro commento critico alla dichiarazione (apocrifa? Forse) di Wang Yi è stato il bersaglio di una serie di proteste adirate, perfino feroci o irridenti. Come vi permettete di mettere in dubbio che la Cina è amica non solo dei palestinesi, ma di tutti i popoli del Sud del mondo? Voi non sapete nulla della Cina, dove la solidarietà alla Palestina è esibita ovunque. Voi ignorate che non c’è nessun rapporto tra Cina e Israele. E via di questo passo. A questo punto, siamo stati costretti a replicare alle teste di legno che ci avevano duramente contestato. L’abbiamo fatto con uno scritto intitolato “On the relations China – Israel”, rimasto senza ulteriori repliche da parte dei più accesi contestatori – qualcuno, però, ha avuto l’umiltà di riconoscere la forza delle nostre argomentazioni basate rigorosamente su fatti accertabili e documentati.
Ma la nostra ricerca non si è fermata, stimolata anche dal dibattito internazionale intorno alla natura della Cina (socialista? Capitalista? Semi-socialista? Semi-capitalista? In transizione (millenaria) dal socialismo al capitalismo? Imperialista?), ed abbiamo raccolto ulteriori elementi che provano in modo del tutto inequivocabile il contributo dato dalla Cina al genocidio del popolo palestinese che è in corso a Gaza da oltre due anni per mano dello stato sionista. Da qui la terza parte di questo nostro scritto intitolata: “Negare l’evidenza”.
15 Novembre
1. La Cina batte un colpo, magistrale e cinico, su una montagna di morti palestinesi. Cosa vuole realmente?
Ci segnalano oggi, e naturalmente lo pubblichiamo (in coda a questo testo), un comunicato del ministro degli esteri della Cina Wang Yi, in data 17 maggio, nel quale si chiede l’immediata fine del massacro in corso a Gaza.
E’ una dichiarazione diplomatica redatta in una forma solenne, che chiama in causa (addirittura) “la coscienza morale dell’intera umanità”, il “debito morale verso la storia”, il “diritto internazionale umanitario”, e quant’altro.
Dichiarazioni di simile contenuto e tenore stanno arrivando in questi giorni anche da Madrid, che ventila la rottura dei rapporti economici con Israele e propone l’embargo sulle armi ad Israele, da Parigi e da Londra. I vertici dell’Unione europea – ed è quanto dire – stanno discutendo se è il caso o no di sospendere, o almeno rivedere, l’accordo di associazione con Israele, e prospettano l’esclusione di Israele dalle competizioni sportive. Nelle ultimissime ore perfino il centro-sinistra italiano (!!??) fa sapere di voler manifestare per fermare la carneficina. Tuttavia, seppur in un contesto in cui crescono le prese di distanza statuali dall’asse Israele-Stati Uniti, la scesa in campo della Cina ha un peso speciale.
Viene da chiedersi come mai a Pechino si siano accorti soltanto ora del genocidio in corso. Finora la Cina lo ha alimentato con il suo interscambio da primato, che ha consentito allo stato sionista e al governo Netanyahu di mantenere nella vita economica e sociale israeliana una fondamentale parvenza di “normalità”, e con essa il buon funzionamento della stessa macchina militare (come mostriamo in un altro articolo del blog, riprendendo un servizio molto documentato di “al Jazeera”).
Perché solo ora, dopo venti mesi di genocidio, “il tempo sta per scadere” (è questa l’espressione di Wang Yi)? Quale “tempo sta per scadere”, e per chi?
Il tempo dei palestinesi di Gaza di salvarsi dal massacro?
No, evidentemente. Il massacro è già ad un punto molto avanzato. E la semina di morte per gli anni futuri la banda Netanyahu l’ha già fatta in modo sistematico e spietato.
Sta per scadere invece, per la Cina, il tempo per profittare del formidabile assist fornitole dall’accoppiata Trump-Netanyahu i quali, in mezzo ad un oceano di sangue palestinese, libanese, yemenita, si sono oscenamente vantati agli occhi del mondo di progettare sulle rovine di Gaza una maxi-speculazione militare-immobiliare per ricchi occidentali, ad eterna gloria degli assassini sterminatori.
Una strage e un progetto troppo esageratamente osceni per non suscitare nel mondo, come hanno suscitato, un moto senza precedenti di rigetto, di condanna, di odio, verso il nazi-sionismo e i suoi protettori occidentali, che stanno – oltre che a Washington – a Roma, Berlino, Bruxelles.
Finora in Cina è stato vietato manifestare per la Palestina – abbiamo davanti agli occhi due, due di numero, studenti, ai quali viene tolta di mano dalla polizia la bandiera palestinese che stavano timidamente sventolando. Ma i governanti cinesi sono troppo accorti dei fatti del mondo per non avere colto che il moto di rigetto anti-sionista ha raggiunto un’intensità tale che anche negli Stati Uniti si comincia a sparare contro il personale della macchina di morte sionista. Per quanto trapelino poche informazioni, si può esser certi che nella stessa Cina esiste un sentimento del genere (chi sa che adesso non diventi permesso manifestarlo… probabile).
Questo passo diplomatico clamoroso è il risultato anzitutto della straordinaria resistenza del popolo palestinese, che è tale anche nell’instancabile denuncia delle brutali operazioni militari sioniste, e delle infinite, talvolta immense (come di recente a Londra e all’Aja), manifestazioni per la Palestina. E’ il risultato, cioè, della potenza della lotta degli oppressi e degli sfruttati di Palestina e del mondo. Una potenza che ha messo sul banco degli imputati davanti al mondo intero la smisurata criminalità del progetto coloniale sionista-occidentale della Grande Israele, e via via sta chiamando in causa i tanti complici, diretti e indiretti. (L’articolo di “al Jazeera” che commentiamo ha anche questo significato.)
Grazie all’eroica resistenza palestinese e a questo movimento internazionale, e internazionalista almeno nello spirito, la delegittimazione della coppia Israele-Stati Uniti è oggi al punto massimo. Ed è di questo che Pechino intende profittare, incamerando simpatie nel mondo.
Ma qual è la soluzione proposta da Wang Yi per il popolo palestinese di Gaza e della Cisgiordania, e per i milioni di rifugiati palestinesi sparsi per il Medio Oriente e il mondo?
Il “riconoscimento dello stato di Palestina, con piena sovranità, entro i confini del 1967 e con Gerusalemme come capitale”, come da mille risoluzioni delle Nazioni Unite calpestate da Israele nel silenzio-assenso o nella totale inerzia di tutti gli stati, Cina compresa.
Due popoli, due stati, dunque. Se non fosse che il tempo, per questa soluzione, è scaduto da molto. Israele ha reso materialmente impraticabile questa soluzione, prima frammentando il territorio della Cisgiordania in centinaia di pezzetti non comunicanti tra loro, poi radendo al suolo l’intera striscia di Gaza.
Oggi-maggio 2025, l’effettiva realizzazione di questa soluzione del 1948 comporterebbe il tracollo dello stato sionista e della sua economia di guerra permanente, lo sgombero di centinaia di colonie illegali, la demolizione del muro, l’immediato ritiro dell’esercito genocida da Gaza. Ma non è all’effettiva realizzazione di tutto ciò che punta la Cina. Altrimenti non avrebbe moltiplicato negli ultimi vent’anni i propri investimenti in Israele, investimenti che riguardano anche la sicurezza di Israele dalla “minaccia” palestinese; non avrebbe moltiplicato il suo interscambio con Israele; e non sarebbe com’è – di gran lunga – la primatista nelle forniture di merci essenziali ad Israele (armi escluse).
Ciò che interessa alla Cina è mostrare al mondo quanto è saggio e giusto il progetto di un mondo capitalistico multipolare, gestito dalle grandi potenze, con accordi equi e pacifici; un mondo che non è mai esistito e, per come funziona il capitalismo, è inesistibile. Un progetto, quello cinese, che tutto prevede, fuorché la liberazione della Palestina dalla terra al mare, come si grida nelle manifestazioni pro-Palestina del mondo intero.
Al contrario, nei mesi scorsi i mandarini del capitalismo cinese hanno convocato a Pechino tutte le fazioni della Resistenza palestinese per imporre a quelle combattenti di sottomettersi all’ANP, che non è altro se non una manica di corrotti assoldati al servizio dello stato sionista, da tempo disposti a gestire un sistema di piccoli bantustan.
No, non è la liberazione del popolo palestinese che sta a cuore ai Wang e agli Xi: è l’accreditamento agli occhi dei popoli del mondo della potenza cinese come potenza positiva e pacifica, che non crea problemi, li risolve. Una riedizione del wilsonismo, che un secolo fa si affacciò da primattore al balcone del mondo facendosi banditore del principio di “autodecisione delle nazioni” per poi fare, come sappiamo, tutt’altro.
Ed è prevedibile che l’incasso consentito da questa abile mossa sarà, su questo piano, ampio.
Ci chiedevamo nei giorni scorsi come mai il più ferocemente sionista dei giornali italiani – la Repubblica (di Sion) – avesse cominciato a concedere qualche spazio agli orrori di Gaza. Oggi (25 maggio) ci fa addirittura il titolo di prima… Ecco cosa bolliva in pentola: la temibile (per i redattori di quel fogliaccio) scesa in campo della Cina, finora rimasta a guardare lo “spettacolo”.
Ben venga comunque questa scesa in campo, perché rende più complicato ai gangster di Tel Aviv, di Washington e dell’UE “finire il loro lavoro”. E perché può forse consentire un attimo di respiro alla popolazione di Gaza martoriata, alla fame, allo stremo, e un piccolo spazio alla riorganizzazione della Resistenza.
Ben venga l’aperta esplosione delle contraddizioni tra i due campi imperialisti, e dentro di essi (con alcuni stati europei impegnati a discostarsi da Washington per tutelare i propri interessi nell’area), se – e solamente se – continuiamo a svolgere in tutto il mondo, in ogni forma, le azioni di protesta e di lotta che colpiscono la logistica materiale e culturale di guerra operante a supporto dello stato sionista. Se, e soltanto se, le rilanciamo e rafforziamo ovunque.
Siamo abituati a non aspettarci nulla di buono dalla diplomazia delle grandi potenze, incluse quelle “multipolariste”, che giocano ciascuna una propria partita sulla pelle e dietro le spalle dei palestinesi. Ma, visto che Wang Yi parla anche di “sanzioni”, ci permettiamo di proporre il blocco totale, immediato, dei 20 miliardi di dollari di esportazioni da Pechino a Israele e dei 5-6 miliardi di dollari di importazioni da Israele. Per cominciare a passare dalle parole ai fatti. In pochi giorni il terrorismo di stato sionista si troverebbe a corto di tutto. Se poi, insieme con la Cina, dessero conseguenzialità alle proprie prese di distanza verbali anche Spagna, Francia, Regno Unito e UE, Netanyahu e soci sarebbero spacciati.
Anche perché i segni di crisi nell’esercito sionista, nonostante tutto, non mancano: 42 suicidi, 6.000 soldati regolari e di riserva incarcerati per reati di diserzione, violazioni disciplinari, uso di droghe, etc., 9.000 soldati della riserva in cura per gravi disturbi mentali causati dalla partecipazione al massacro, altre centinaia della riserva (tra cui parecchi piloti di aerei) che rifiutano di tornare in servizio…
Tornando infine al comunicato di Wang Yi: il tempo non “sta per scadere”, è scaduto almeno da quando è stata costituita Israele. Ed insieme ad esso, è scaduto il tempo di tutte le compagini capitaliste, di occidente come di oriente, tanto degli imperialismi decrepiti e zuppi di sangue proletario quanto di quelli in ascesa che aspirano a prenderne in posto, di potersi presentare come i campioni del progresso e della libertà dei popoli. La liberazione nazionale e sociale delle masse della Palestina non sarà certo un loro regalo.
25 maggio
DICHIARAZIONE DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE SULLA QUESTIONE PALESTINESE
Diffusa in tutto il mondo in tutte le lingue del mondo
Compatrioti, membri della comunità internazionale e illustri rappresentanti delle nazioni del mondo:
A nome del governo della Repubblica Popolare Cinese, con profonda preoccupazione e con un incrollabile senso di responsabilità per la pace, la giustizia e il rispetto del diritto internazionale, oggi alziamo la nostra voce per esigere la cessazione immediata dell’invasione e dell’aggressione militare che attualmente Stati Uniti e Israele stanno perpetrando contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza. Questa catastrofe umanitaria ha raggiunto livelli inaccettabili e minaccia non solo la stabilità regionale, ma anche la coscienza morale dell’intera Umanità.
La Striscia di Gaza non è un territorio conteso né una terra senza identità. Gaza è parte inseparabile del territorio storico palestinese. Gaza non è merce di scambio per negoziati politici, né è un terreno di disputa dove possa imporsi la volontà del più forte attraverso la guerra. Ogni bomba che cade su Gaza è una ferita aperta nel corpo del diritto internazionale e un affronto a un popolo che ha subito decenni di occupazione, di esilio forzato e di violenza.
Dalla Cina osserviamo con crescente allarme come le forze militari israeliane, con il sostegno logistico e diplomatico degli Stati Uniti, proseguano una campagna militare sproporzionata e devastante. Centinaia di migliaia di vite civili sono messe in pericolo, intere famiglie cancellate dalla mappa, ospedali, scuole, rifugi e centri umanitari attaccati. Il popolo palestinese è intrappolato tra le macerie, il fuoco incrociato e l’abbandono internazionale.
Gaza è già devastata. Le sue strade sono macerie, i suoi bambini, orfani; le sue madri, sepolte; le sue case, cenere. La situazione è di una miseria indicibile. Non è possibile, né moralmente né giuridicamente accettabile, che la comunità internazionale resti impassibile di fronte a tale orrore. Per questo esigiamo la cessazione immediata e incondizionata delle operazioni militari israeliane e il loro ritiro da Gaza. Esigiamo inoltre che gli Stati Uniti, in quanto membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, abbandonino la loro politica di veto sistematico alle risoluzioni volte a fermare la violenza e proteggere il popolo palestinese.
La Cina ha sempre mantenuto una posizione ferma a favore dei diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese. Riconosciamo il loro diritto all’autodeterminazione, a uno Stato indipendente e al rispetto incondizionato della loro integrità territoriale. In questo senso, la Cina ribadisce la sua opposizione a qualsiasi piano o tentativo di trasferimento forzato della popolazione di Gaza. Espellere un popolo dalla propria terra non è una soluzione: è un crimine, e come tale non può essere tollerato né ignorato.
La pace in Medio Oriente non sarà possibile senza giustizia, e la giustizia può nascere solo dal riconoscimento dello Stato di Palestina, con piena sovranità, entro i confini del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale. Questa non è una posizione ideologica, ma un’esigenza sostenuta da numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, dalla coscienza globale e dalla stessa storia. Qualsiasi approccio che ignori questi principi è destinato al fallimento e a perpetuare la sofferenza di intere generazioni.
La Cina lancia un appello urgente alla comunità internazionale, in particolare alle grandi potenze, affinché non siano complici per omissione. È tempo di agire con coraggio morale, di chiedere responsabilità, di imporre sanzioni a coloro che violano il diritto internazionale umanitario, e di intraprendere azioni concrete per fermare il genocidio in corso a Gaza. Non bastano dichiarazioni vuote: serve pressione diplomatica, economica e politica. Ribadiamo inoltre la nostra disponibilità a collaborare con tutti gli attori internazionali nell’ambito di una conferenza internazionale di pace, fondata sui principi del multilateralismo, del rispetto reciproco e del dialogo inclusivo. Questa conferenza deve puntare a una soluzione politica giusta, duratura e ampiamente condivisa del conflitto israelo-palestinese. Ogni soluzione imposta unilateralmente, senza il coinvolgimento attivo dei palestinesi, sarà priva di legittimità e destinata al fallimento.
La guerra non può essere il linguaggio della diplomazia. Le armi non possono sostituire il diritto. La Cina condanna gli attacchi contro i civili, da qualunque parte provengano. Ma ammoniamo anche che non si può equiparare la resistenza legittima di un popolo oppresso all’uso massiccio della forza da parte di una potenza occupante. La simmetria nella narrazione non può nascondere l’asimmetria brutale dei fatti. Oggi, Gaza è l’epicentro di una tragedia umana, ma è anche lo specchio della volontà reale della comunità internazionale. O ci uniamo per fermare questo massacro, oppure diventiamo testimoni codardi di una pulizia etnica nel pieno del XXI secolo.
Come Cina, proponiamo immediatamente: primo, l’instaurazione di un cessate il fuoco immediato garantito da osservatori internazionali. Secondo, l’apertura di corridoi umanitari sotto supervisione ONU. Terzo, il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina da parte di tutti i membri del Consiglio di Sicurezza. Quarto, la convocazione urgente di una conferenza internazionale di pace con tutti gli attori coinvolti. Quinto, il dispiegamento di una missione internazionale per la ricostruzione di Gaza, finanziata dalle principali economie mondiali.
Ai nostri amici in Israele diciamo: la strada verso la pace non risiede nella superiorità militare, ma nel riconoscimento dell’altro. Il futuro di Israele non può costruirsi sulle rovine di Gaza. Solo il rispetto reciproco, la coesistenza e il dialogo onesto possono garantire la pace. Agli Stati Uniti chiediamo di onorare i principi sui quali si sono fondati come nazione, di ascoltare non solo i loro alleati, ma anche i popoli. Di smettere di bloccare le iniziative multilaterali e di partecipare alla soluzione del conflitto sulla base della giustizia e non dell’egemonia.
Il tempo sta per scadere, ogni minuto di silenzio è un minuto in più di dolore, distruzione e ingiustizia. È ora di scegliere. È ora di agire. La pace della Palestina è un debito morale verso la storia, e la Cina non si fermerà finché questo debito non sarà saldato.
(Dichiarazione di Wang Yi, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, 17 maggio 2025)
2. Cina- Israele: ai nostri critici rispondiamo con i dati di fatto più duri delle loro teste
Il nostro pezzo sul solenne comunicato del ministro degli esteri della Cina che chiede la fine del massacro a Gaza, ha provocato una raffica di reazioni polemiche, spesso violente. Ne scegliamo due che, messe assieme, forse condensano gli “argomenti”, se argomenti si possono chiamare, scagliati contro la nostra interpretazione di quel comunicato, e contro la nostra analisi dei rapporti tra la Cina di oggi e lo stato e l’economia sionisti.
- “Questo articolo dice una marea di cazzate. In Cina stanno bandiere della Palestina ovunque. La Cina ha riconosciuto Hamas. Non esiste commercio tra Cina e Israele e un’altra lista di cose per cui è meglio che iniziate a scrivere su topolino.”
- “L’articolo è pieno di inesattezze. La prima è che in Cina è vietato portare le bandiere della Palestina. Ci sono ovunque. Nei mercati, nei negozi e nelle parti più istituzionali. Esistono anche ambasciate simboliche della Palestina. Il commercio dei due paesi è iniziato solo nel 2001 ed è calato drasticamente di anno in anno fino a interrompersi per pressione degli Stati Uniti. Non mi voglio dilungare ma è dagli anni ‘50 (quando Mao dichiarò che Taiwan e Israele erano le due porte dell’imperialismo sull’Asia) che i rapporti tra Cina e Israele non sono mai esistiti.”.
Vediamo ora se le cazzate e le inesattezze sono nostre oppure dei nostri critici. In seguito cercheremo di spiegare all’ingrosso perché i nostri critici hanno sparato bestialità così grosse da essere esilaranti, se ci fosse da ridere.
*Sui rapporti diplomatici tra Cina e Israele
La Cina e Israele hanno rapporti diplomatici regolarissimi dal gennaio 1992. L’ambasciata di Israele a Pechino (Beijing) si trova al n. 17 Tianzelu, Distretto di Chaoyang, 100600 Beijing. L’ambasciatrice sionista attuale è Irit Ben-Abba. Se volete informarvi, ed evitare di dire altre bestialità, ecco il link:
https://new.embassies.gov.il/beijing/en/the-embassy
Dall’inizio del genocidio non risulta alcuna mossa diplomatica della Cina nei confronti dello stato sionista, tipo: ritiro dell’ambasciatore per consultazioni. Se invece vi risulta, smentiteci. Il Brasile ha fatto questa mossa, ma nello stesso tempo ha continuato a rifornire del suo petrolio lo stato genocida. Conta più la mossa diplomatica, o il petrolio?
*Sui rapporti commerciali tra Cina e Israele
Secondo un nostro informatissimo critico (n. 1), “non esiste commercio tra Cina e Israele”. Secondo i dati forniti dallo staff editoriale di “al Jazeera”, che forse ne sa qualcosa in più di lui, la Cina è nel 2024 (e lo è da anni) il primo paese esportatore verso Israele – valore delle esportazioni cinesi verso lo stato sionista: 19,097 miliardi di dollari (primato assoluto), gli Stati Uniti, secondi in graduatoria, vi esportano per 9,4 miliardi, la Germania per 5,6, l’Italia per 3,6. In tempi di genocidio, viene dalla Cina il massimo sostegno all’economia e al “normale funzionamento” della società israeliana, e quindi della sua macchina bellica, con un’enorme massa di merci di ogni tipo – abbiamo più volte specificato che le armi vengono, invece, dai grandi protettori storici di Israele: Stati Uniti e paesi europei (Germania e Italia in testa). Per portare avanti il genocidio, servono sia le armi che le merci di ogni tipo. Se potete, dimostrate il contrario.
Qui sotto il link all’articolo di “al Jazeera”:
Secondo l’altro informatissimo critico (n. 2), invece, “il commercio dei due paesi è iniziato solo nel 2001 ed è calato drasticamente di anno in anno fino a interrompersi per pressione degli Stati Uniti”. Balle! Certo, le pressioni degli Stati Uniti sono state forti, ma non si è interrotto assolutamente nulla. Il commercio tra Cina e Israele è addirittura raddoppiato nel periodo 2013-2022. Sostiene Zhang Shen (leggetelo in spagnolo nella versione originale, e non in quella accortamente purgata di “Contropiano”) che tra la Cina e Israele, nel periodo 2015-2020, c’è stato addirittura “un breve idillio di crescente commercio e investimenti” per interessi strategici convergenti dei due stati. Nel corso della sua visita in Cina nel 2017 Netanyahu (sì, proprio lui) definì la relazione bilaterale tra Cina e Israele “un matrimonio perfetto”, mostrando interesse ad entrare a far parte del progetto della Nuova via della seta. La Cina, a sua volta, annunciò di stabilire con Israele una “associacion integral innovadora”. Non male per essere dei rapporti inesistenti, non vi pare?
Però, però, ci obietta un altro critico, dal 7 ottobre 2023 è “crollato tutto”. Balle! Abbiamo già richiamato il dato relativo al 2024 – anno chiave del genocidio – fornito dalla ricerca di “al Jazeera”: la Cina è di gran lunga il primo esportatore di merci verso lo stato sionista. Basterebbe questo. Ma Zhang Shen ci dice che le esportazioni cinesi verso Israele sono diminuite nel 2024 solo dell’1,5% rispetto al 2023. Lo chiamereste un crollo? Controllate.
Fino ad oggi – è di questo che abbiamo parlato! – gli essenziali rapporti economici tra Cina e Israele non sono stati inficiati dal genocidio a Gaza. Né – tanto meno – sono stati inficiati dalla ininterrotta pulizia etnica avvenuta dal 1992 ad oggi in Cisgiordania, o dalle ricorrenti operazioni di rappresaglia contro la popolazione e la resistenza a Gaza, contro le sollevazioni palestinesi dal 1988 fino al 2021 [Intifada delle pietre, Intifada di al-Aqsa, Grande marcia per il ritorno, Intifada dell’unità]. Anzi, è stato proprio questo il periodo in cui questi rapporti si sono sviluppati al massimo. Tant’è che nel 2020 il governo degli Stati Uniti, allarmato, appalta alla famigerata Rand Corporation il compito di indagare sugli investimenti cinesi in Israele in tecnologia e infrastrutture, e sulle implicazioni per la sicurezza sia di Israele che degli Stati Uniti – vedete fino a che punto erano arrivate le “relazioni inesistenti”… Controllate.
https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3176.html
*Sull’aiuto di imprese cinesi ai coloni in Cisgiordania e la gestione cinese-indiana del porto di Haifa, essenziale per le forniture di armi all’IDF
Altre critiche ha ricevuto la nostra affermazione che importanti imprese cinesi di stato (notabene) e private sono state e sono direttamente implicate nella costruzione delle nuove colonie in Cisgiordania e nel funzionamento del porto strategico di Haifa (che al 2024 movimentava la gran parte delle forniture di armi per il genocidio). Se non ci credete, verificate su un’altra fonte degna di credito: “Middle East Eye”. O, se lo preferite, su una fonte sionista ufficiale. La grandissima società statale cinese implicata è lo Shanghai International Port Group. L’accordo, che vale per 25 anni, è definito dagli stessi dirigenti sionisti finalizzato a costruire “un porto tecnologico moderno, la cui apertura rivoluzionerà l’economia e avrà un impatto su tutti noi, dagli industriali ai consumatori, poiché ridurrà il costo della vita”, “uno dei progetti infrastrutturali più importanti per il futuro di Israele” – il futuro di Israele come stato coloniale portatore del progetto della “grande Israele”, giusto? Non si tratta, però, solo del porto di Haifa; anche l’ampliamento del porto di Ashdod, appena a nord di Gaza!, è stato affidato ad una grande impresa cinese, la China Harbour (investimento di 930 milioni di dollari).
Link all’articolo di Razan Shawamreh su “Middle East Eye”:
https://www.middleeasteye.net/opinion/china-quietly-aiding-israels-settlement-enterprise-how
https://www.israele360.com/israele-inaugura-il-terminal-portuale-di-haifa
*Sull’aiuto della tecnologia cinese nella sorveglianza dei palestinesi
Per non farsi mancare nulla, altri ancora ci hanno contestato che la Cina non fornisce armi a Israele – una contestazione del tutto a vuoto, perché non abbiamo mai affermato questo – e che non c’entra “assolutamente nulla” con la sorveglianza dei palestinesi. Balla! La società cinese Hikvision (Hangzhou Hikvision Digital Technology Co., Ltd.), il cui azionariato è a maggioranza statale, fornisce allo stato sionista e al suo esercito la tecnologia di riconoscimento facciale (avanzatissima in Cina) e per le telecamere di sorveglianza: sia a Gerusalemme Est che nelle città della Cisgiordania. A documentarlo è un rapporto di Amnesty International del 2023 che accusa lo stato ebraico di aver edificato un apartheid informatizzato, Automated Apartheid.
Va ricordato anche un altro tipo di collaborazione, quella tra università cinesi e israeliane, proprio nella ricerca tecnologica più avanzata che è per sua natura duale, come tutti sanno, cioè insieme, ed inseparabilmente, civile e militare: nel 2014 l’Università di Tel Aviv e l’Università Tsinghua di Pechino hanno creato un centro di ricerca da 300 milioni di dollari; nel 2015 l’Università di Pechino e l’Università di Tel Aviv hanno firmato un memorandum d’intesa per la creazione di un istituto di ricerca congiunto. Nello stesso anno, l’Università di Shantou e il Technion Institute of Technology di Israele hanno creato il Guangdong Technion Institute of Technology. Qualcosa da osservare?
Fai clic per accedere a Automated%20Apartheid.pdf
https://www.today.it/mondo/sorveglianza-digitale-israele-palestina-cina-hikvision.html
*Sulle bandiere palestinesi e sulle proteste studentesche per la Palestina nel giugno 2024
I nostri critici obiettano: le bandiere palestinesi sono ovunque. Obiezione sciocca o in malafede, dal momento che non ci siamo mai sognati di dire che in Cina sono vietate le bandiere palestinesi. Abbiamo affermato, invece, quanto segue: “Finora in Cina è stato vietato manifestare per la Palestina – abbiamo davanti agli occhi due, due di numero, studenti, ai quali viene tolta di mano dalla polizia la bandiera palestinese che stavano timidamente sventolando”. Non ci credete? Guardate qui sotto su youtube – il fatto è avvenuto nello Jiangsu, ed anche altrove, per esempio in un festival musicale giovanile nello Shaanxi, dove una bandiera palestinese è stata confiscata dalle forze dell’ordine. Il giorno è il 7 giugno 2024, giornata nazionale per l’esame di ammissione nei college universitari, quando – forse per qualche intesa avvenuta on line – in diverse città alcuni studenti si sono presentati con la bandiera palestinese.
Ora, al 2023 la stima della popolazione cinese è di 1 miliardo e 409,7 milioni di persone. Voi critici avete un solo fotogramma di numero di manifestazioni di piazza avvenute in Cina dall’ottobre 2023 ad oggi? Inviatecelo, e lo pubblicheremo.
Ricorda Zhang Shen che negli anni ‘60 e ‘70 l’appoggio cinese alla Palestina non si limitò al livello diplomatico, ma avvenne una vera e propria intenzionale istituzionalizzazione dei “discorsi di appoggio alla Palestina nella cultura della società. La prima forma, e la più diretta, fu promuovere manifestazioni di massa. Come mostra il documentario di propaganda Il popolo palestinese vincerà, realizzato dal governo cinese nel 1971, lo stato cinese organizzava con frequenza manifestazioni di massa davanti alle ambasciate della Palestina, dell’Egitto e della Siria a Pechino per esprimere la sua solidarietà”. La seconda forma era favorire al massimo la conoscenza della storia dell’oppressione del popolo palestinese da parte dello stato coloniale di Israele attraverso la voce degli stessi militanti palestinesi. In quel periodo ebbero grande diffusione in Cina le opere di Ghassan Kanafani, tanto per dire, ed una diffusione ancora maggiore – a livello popolare – ebbero fumetti come “Il piccolo Talal” e “Il piccolo eroe Qassam” dedicati ai giovani e giovanissimi. Il picco, su questo piano, si raggiunse, naturalmente, durante la Rivoluzione culturale. Val la pena di ricordare che il “gruppo di teoria operaia” di una fabbrica di strumenti per macchine pesanti di Wuhan scrisse insieme ad alcuni professori di storia dell’Università normale della Cina centrale il libro “Origine e sviluppo della questione palestinese”, che fu pubblicato in seguito, nel 1976, da una delle più prestigiose case editrici di proprietà dello stato.
Esattamente come vanno le cose oggi, non vi pare?
Il testo di Zhang Shen, incautamente citato da “Contropiano” (e per questo mutilato), documenta quanta simpatia per la Palestina ci sia – sui social – da parte di tanti giovani internauti cinesi, e quanto sia esteso il desiderio di saperne di più sulla lotta del popolo palestinese. Vi si trova anche il riconoscimento di una storia parallela, “la Palestina assomiglia alla Cina di 100 anni fa” (il riferimento è alla feroce occupazione giapponese durata 14 anni, e finita con la totale disfatta degli imperialisti giapponesi). Ma proprio questa simpatia diffusa sui social, che Shen attribuisce “alla forza di inerzia storica dell’era maoista”, stride con la totale assenza di manifestazioni di massa per la Palestina. O no?
Invitiamo i critici a prendere nota che abbiamo scritto: ci sembra probabile che il divieto di manifestazioni di piazza per la Palestina possa – a questo punto – anche allentarsi per le ragioni ciniche, di interessi geo-politici, di potenza dello stato cinese, che nulla tuttavia hanno a che fare con la liberazione della Palestina dal fiume al mare.
https://jacobinlat.com/categoria/series/articulos-del-transnational-institute-tni
https://www.tni.org/en/video/zhang-sheng-why-chinese-netizens-call-palestinian-fighters-dandelions
https://en.haberler.com/river-to-the-sea-chinese-students-express-1966933
*Ma “è dagli anni ‘50 (quando Mao dichiarò che Taiwan e Israele erano le due porte dell’imperialismo sull’Asia)”…
Questo, poi, è il presunto argomento “forte” – la continuità tra la Cina di oggi e la Cina di Mao. Qui, francamente, non si sa da dove cominciare tanto è abissale è l’ignoranza dei fatti reali. Il meno da rilevare è che la dichiarazione di Mao citata non è degli anni ‘50, ma del marzo 1965, in occasione dell’incontro con la prima delegazione dell’OLP in visita in Cina. Appartiene agli anni della maggiore radicalizzazione dello stesso Mao, compresa la radicalizzazione in senso anti-sionista, che portò funzionari di alto rango cinesi ad affermare che la nascita di Israele doveva essere considerata “un progetto colonialista illegittimo nell’era moderna”, e a vantarsi di non avere votato, a differenza dell’URSS di Stalin, a favore di questa nascita (all’epoca la Cina era rappresentata all’ONU da Taiwan).
Vi diamo un indizio: giugno 1989. Una grande sollevazione operaia sollecitata, ma non certo guidata, da una forte protesta studentesca (molto variegata al proprio interno), e il suo schiacciamento nel sangue. Quella è la linea di separazione tra la storia della rivoluzione popolare cinese, radicalizzatasi negli anni 1966-’67, con un successivo, importante soprassalto proletario nel 1989, e la storia della Cina denghista sempre più organicamente integrata nel processo dell’accumulazione capitalistica mondiale, fino a diventare – in economia – la prima potenza del mondo. Perfettamente capitalistica, s’intende.
Quanto poi alla questione palestinese, lo stato cinese di oggi si rifà agli accordi di Oslo del 1993 che tutte le fazioni militanti del movimento palestinese considerano un accordo di svendita della causa palestinese. Lo stato cinese, inoltre, ha rapporti preferenziali con l’ANP collaborazionista di Abu Mazen. Si rifiuta tenacemente di aderire, in qualsiasi sua istituzione, al BDS. Certo, ora chiede l’immediata fine del massacro di Gaza (non usa tuttora il termine genocidio), e abbiamo spiegato che la cosa “ci sta bene” ed in che senso. Ma è dall’ottobre 2023 che chiede questo, e finora non ha mai fatto nessun passo veramente utile ad ottenere ciò che afferma di voler ottenere. Neppure, lo ricordiamo, pressando i suoi paesi più strettamente alleati appartenenti ai Brics, dai quali arrivano allo stato sionista importanti forniture di petrolio, derivati del petrolio, metalli, etc. (vedi sotto). Vi risultano pressioni in tal senso?
Osserveremo i futuri sviluppi, e non escludiamo che per i propri calcoli geo-politici la Cina di Xi trovi conveniente battere altri colpi dopo la dichiarazione di Wang Yi. Ad oggi, però, non veniteci a raccontare che “ha riconosciuto Hamas”. Certo, ha convocato anche Hamas a Pechino, ma per quale scopo? Per forzarla a riappacificarsi con Abu Mazen. Senonché costui, da sempre in ottimi rapporti con Pechino, ha in seguito dato dei “figli di cani” ad Hamas e a tutti i resistenti di Gaza, ha fatto sparare a Jenin e Tulkarem sui giovani resistenti palestinesi, ha continuato ad arrestare i combattenti, a pretendere il loro disarmo a Gaza, in Cisgiordania e in Libano – esattamente quello che pretende lo stato sionista. E – una decisione insultante – ha sospeso il pagamento delle indennità alle famiglie dei resistenti morti nella guerra di liberazione al sionismo. Appoggiare un figuro del genere, lo chiamate “stare dalla parte del popolo palestinese”? Fate pure.
*Sui rapporti dei paesi Brics con Israele
https://www.globalresearch.ca/genocide-brics-regimes-nurture-israel-economically/5870849
https://www.globalresearch.ca/brics-nations-israel-hype-hope-helplessness/5886973
*Siamo forse “integralisti”, e “anti-cinesi”? Né l’una, né l’altra. Mai sentito parlare di internazionalisti rivoluzionari?
Tale e tanta è la massa di fatti reali su cui poggiamo la nostra analisi e la nostra posizione – il terreno della realtà, del resto, è il nostro terreno – che qualcuno dei nostri critici, in evidente difficoltà, si rifugia nell’accusa ideologica: siete “integralisti”, e (forse) “anti-cinesi”. Bersaglio mancato: né l’una, né l’altra.
Integralisti? Siamo semplicemente dei marxisti, internazionalisti rivoluzionari, che hanno a cuore e nella mente come pochi/e altri/e la liberazione nazionale e sociale delle masse palestinesi, per le quali nutriamo un profondo sentimento di solidarietà e di riconoscenza per la grande lezione di dignità, di coraggio, di organizzazione, di anti-imperialismo, che stanno dando a tutti gli sfruttati e gli oppressi del mondo, pur nelle loro ore più tragiche. La storia di cento e più anni di colonialismo sionista-occidentale e di cento e più anni di straordinaria resistenza palestinese ci ha insegnato che la liberazione dei palestinesi, e più in generale la liberazione dei proletari e delle proletarie del mondo, non potrà avvenire con l’aiuto di nessuno degli stati oggi esistenti nel mondo, Cina ben compresa, perché la natura sociale di questi stati è capitalistica. Potrà e dovrà avvenire solo ed esclusivamente grazie alla loro battaglia al sistema sociale capitalistico.
Decenni e decenni di storia, e da ultimo questi 20 mesi di estrema distruzione e morte, dimostrano senza possibilità di dubbio che tutte le grandi potenze, Cina inclusa, hanno aiutato lo stato di Israele a consolidare la propria funzione coloniale in Medio Oriente, la propria economia, le proprie infrastrutture, i propri sistemi di sorveglianza. Chi più, chi meno – ovviamente. Infatti abbiamo sempre distinto i grandi protettori di Israele fornitori di armi, dai grandi fornitori di merci e di investimenti. E abbiamo sempre messo al primissimo posto la denuncia e la lotta contro l’Italia di Meloni-Mattarella, la sua logistica di guerra, i suoi accordi di cooperazione con lo stato sionista, i mass media italiani, la UE, la NATO. Ma, alla fine dei conti, lo stato sionista sta in piedi, ancora, con l’aiuto di entrambi i tipi di fornitori (di armi e di merci). E con l’aiuto di entrambi devasta il mondo, il presente e il futuro dei palestinesi.
Noi anticinesi? Sarebbe grottesco visto che siamo anti-capitalisti, convinti fermamente che solo il proletariato – che ha in Cina il suo contingente più grande al mondo – potrà regolare i conti con questo sistema sociale ormai in putrefazione. Siamo contro il capitalismo cinese, ovvio, in quanto parte sempre più centrale del capitalismo globale. Ma quando – nei tempi della pandemia – impazzava qui una ignobile propaganda di stato anti-cinese, l’abbiamo combattuta con tutte le nostre forze, per piccole che siano, senza concedere un’unghia allo sciovinismo italiano-europeo-occidentale che detestiamo. Siamo stati risolutamente contro “la sporca caccia al dragone”. Controllate:
*Conclusione (provvisoria)
E’ possibile che tra i nostri critici vi siano militanti e attivisti che sperano nella funzione antimperialista e antisionista della Cina, e che per questo abbiano reagito d’istinto, in negativo, alla nostra analisi fondata su una sequenza di dati di realtà accertabili (accertabili, se si studiano le cose – e bisogna studiarle, dal momento che si tratta di questioni intricate). Ma la loro è una speranza davvero vana, come crediamo di aver dimostrato.
Oltre a ragionare su quanto abbiamo sostenuto, li invitiamo a riflettere su questo: se davvero la Cina si fosse opposta con reale determinazione al genocidio in corso e al colonialismo sionista, non sareste costretti a penosi tentativi di difesa dell’operato di Pechino, cercando di dimostrare l’indimostrabile attraverso affermazioni insostenibili; sareste intenti a propagandare le azioni positive che questo Stato compie a sostegno della resistenza palestinese. Non relative ai tempi di Mao e della rivoluzione culturale, però. E neppure a ciò che i giovani cinesi dicono tra loro sui social, “in privato” – l’oggetto di cui stiamo discutendo è lo stato e il capitale della Cina di oggi. Che non lo abbiate potuto fare, è la migliore dimostrazione della validità della nostra tesi.
Ne riparliamo. Perché la questione dell’approdo al capitalismo dei paesi in cui è avvenuta una rivoluzione proletaria (la Russia) o popolare (la Cina) è questione di grande portata. E non potremo contribuire alla rivincita storica che “sognamo”, e che è possibile, senza averla compresa a fondo.
27 maggio
3. Negare l’evidenza
«La verità è meglio guardarla in faccia con
coraggio, perché altrimenti, a suo tempo,
ci pugnala alle spalle» (Francisco Goya)
Naturalmente, abbiamo continuato a seguire lo sviluppo delle relazioni tra Cina e Israele per raccogliere ulteriori elementi a conferma o anche – perché no? – a smentita della nostra analisi.
Ecco il risultato della nostra indagine.
Su Naked Capitalism del 6 giugno 2025 Nick Corbishley scrive: «The People’s Republic of China (…) is actually seeking to strengthen its ties with Israel». E ci informa che «just four days ago, as Israel’s Defence Forces were unleashing coordinated attacks on aid depots, China’s ambassador to Israel Xiao Junzheng discussed “deepening China-Israel economic and trade cooperation” with Israel’s Minister of Economy and Industry, Nir Barkat. “In a world where economic resilience and innovation matter more than ever,” said Xiao Junzheng, “building meaningful partnerships is key.”. Questo non significa che ci sia un allineamento politico della Cina ad Israele – la Cina, ricordiamolo, si è rifiutata di condannare l’azione del 7 ottobre e continua a sostenere la tesi dei «due popoli, due stati», ma nello stesso tempo, come ha dichiarato Xiao Junzheng, “The war continues, but the war is not the theme of Israel-China bilateral relations. For more than 33 years, China-Israel relations have withstood the test of history and always maintained stable development.”. Siamo alla fine di maggio di quest’anno, e – come nota Corbishley – Gaza è diventata inabitabile, dato che il 92% delle sue unità abitative e il 70% delle sue strutture è stato distrutto o danneggiato. Lo è diventata grazie anche all’aiuto di Pechino, che dichiara in modo esplicito che «the war is not the theme of Israel-China bilateral relations», è un tema da dare in pasto all’opinione pubblica internazionale… Del resto, rivendica Xiao, “Chinese companies in Israel have not evacuated or stopped their business. They have been sticking to their posts and fulfilling the contracts». Gli affari, il denaro, il profitto al di sopra di ogni altra cosa. Guerra o non guerra, tutto come prima, quindi. Anzi nel 2024, a genocidio in corso, le importazioni israeliane dalla Cina sono cresciute del 20% rispetto al 2023. Per il capitale made in China gli investimenti fatti in Israele sulle tecnologie di avanguardia in agricoltura, gestione delle risorse idriche, energia «pulita», sanità, auto a guida autonoma, sono troppo rilevanti per metterli in discussione a causa di quattro straccioni di palestinesi (per giunta ribelli). E che siamo, nella «folle» Rivoluzione Culturale?
Il portavoce del ministero degli esteri cinese, Lin Jian, protesta educatamente perché Israele non ferma gli insediamenti illegali in Cisgiordania. Ma l’Adama Agricultural Solutions, ex-azienda israeliana, ora di proprietà esclusiva dell’impresa di stato cinese China National Chemical Corporations, e la Bright Food, altra azienda di stato cinese che controlla il 56% della israeliana Tnuva, cooperano tranquillamente con i coloni degli insediamenti illegali, consolidandoli contro il popolo palestinese espropriato e oppresso. Contano più le parole (di circostanza) o i fatti?
https://www.nakedcapitalism.com/2025/06/chinas-quiet-rapprochement-with-israel.htm
Nel mese di agosto Eric Toussaint pubblica sul sito del CATDM, un documentatissimo articolo nel quale spiega «Pourquoi les BRICS ne dénoncent pas le génocide en cours à Gaza«. Il suo riferimento è al summit del 6 luglio, nel cui comunicato finale non compaiono le parole «genocidio», «pulizia etnica», «massacro». In quel summit non è stata proposta alcuna sanzione contro Israele, né alcuna misura concreta che possa danneggiarne l’economia. Nessuna forma di boicottaggio, nessun embargo di alcun tipo. Se si esclude l’Iran, tutti i componenti dei BRICS continuano a rifornire Israele di petrolio, gas, carbone, etc. – si tratta di «un aiuto importante», nota Toussaint, dato al governo Netanyahu per evitare che «lo scontento della popolazione aumenti fino a diventare incontrollabile».
Non possiamo seguire Touissaint nella sua analisi, che a sua volta rimanda ad un altro articolo altrettanto documentato di Patrick Bond su quanto le forniture dei BRICS siano, per Israele, «una benedizione per il genocidio». Ci basta estrarne la conferma che da sei anni la Cina è il primo fornitore di merci per Israele, e che la crescita dell’interscambio continua anche nel 2025. Ci limitiamo solo a riprendere un caso particolare, quello dell’impresa cinese privata Autel Robotics, basata a Shenzhen, che vende ad Israele droni EVO che vengono utilizzati a Gaza (sono pilotati manualmente) per colpire civili palestinesi, in particolare le loro abitazioni, costringendoli ad abbandonare le loro case o impedendogli di fare ritorno in esse. La gran parte delle compagnie dell’IDF utilizzano questi droni, facendo decine di morti tra i palestinesi, bollati come «terroristi» anche se nella quasi generalità dei casi non sono armati. C’è anche un’altra grande impresa cinese, anch’essa privata, la Da-Jiang Innovations, basata a Shenzhen, che fornisce droni all’esercito sionista per le sue attività altamente umanitarie. Eravamo stati, quindi, troppo benevoli nei confronti della Cina sostenendo nel nostro scritto precedente che la Cina non fornisce armi ad Israele…
https://www.cadtm.org/Pourquoi-les-BRICS-ne-denoncent-pas-le-genocide-en-cours-a-Gaza
https://www.cadtm.org/The-Blessing-for-genocide
Un altro contributo utile per mettere a fuoco il rapporto tra la Cina e Israele è il testo di AND (A Nova Democracia) del 23 agosto scorso intitolato Na época de Mao, a China treinava guerrilheiros palestinos; hoje, o revisionismo chinês ajuda Israel a se manter. Non condividiamo la chiave di lettura storico-teorico-ideologica di questo scritto, ma – visto che c’è ancora chi vede una perfetta, o almeno una sostanziale, continuità tra la Cina maoista e quella attuale – non è male ricordare che tra il 1965 e il 1971 la Cina addestrava guerriglieri palestinesi sul proprio territorio (v. Shai Har-El, China e as organizações palestinas 1964-1971), forniva armi all’OLP, e nel 1974 votava all’ONU la risoluzione 3379 che equiparava il sionismo al razzismo. Il progressivo allontanamento dal sostegno alla causa palestinese si realizza con l’avvento dell'»era Deng» nel corso della quale la Cina si riavvicina progressivamente a Israele, instaurando rapporti che per un po’ resteranno segreti, approvando gli accordi di Camp David (1978) e di Oslo (1993), ed infine aprendo le relazioni diplomatiche con lo stato di Israele nel 1992.
Apprendiamo qualche dettaglio in più sull’uso militare dei droni della cinese DJI (i modelli DJI400, DJI Mavic, DJI Avata, DJI Acras), droni acquistati tramite la Hobbiz Ltda, nel bombardamento del centro di assistenza umanitaria a Jabalia e nella dispersione di bombe lacrimogene sui manifestanti palestinesi durante la Grande Marcia del ritorno. Apprendiamo anche che tra il 2023 e il 2024 la Cina ha venduto alla polizia israeliana manganelli, pistole, spade ed armi ad aria compressa o a molla per un valore di 54.000 dollari. È stato il collettivo sinofono Palestine Solidarity Action Network (PSAN) a fornire, sul portale New Politics, notizie dettagliate su come Israele usi tecnologie cinesi nella repressione dei palestinesi, denunciando soprattutto Hikvision, un’impresa con cui abbiamo già fatto conoscenza.
Un altro aspetto poco esplorato è quello della collaborazione tra università cinesi e università sioniste. Si tratta della Alleanza 7+7. Dalla parte cinese ci sono l’Università di Tsinghua, l’Università di Pechino, l’Università di Nanchino, l’Università di Renmin, l’Università di Shandong, l’Università di Agraria della Cina e l’Università di Agraria e Silvicoltura dello Shaanxi. Dal lato sionista, invece, sono coinvolti l’Università di Tel Aviv, l’Istituto Technion, l’Università Ebraica di Gerusalemme, l’Istituto Weizmann, l’Università Ben Gurion del Negev, l’Università di Haifa e l’Università Bar-Ilan. Questo progetto ha portato a “oltre cento proposte di progetti nei settori della biologia, della scienza dei materiali, della salute, dell’energia, dell’ambiente, dell’elettronica, dell’aerospaziale e in altri campi”, secondo quanto dichiarato dal rettore dell’Università di Tel Aviv, Joseph Klafter, in un’intervista al sito ufficiale dell’Università di Tsinghua.
Un’ulteriore stabile, e rilevante, connessione tra Cina e Israele in campo accademico è il gruppo Sino-Israel Global Network & Academic Leadership (SIGNAL) (Rete globale e leadership accademica sino-israeliana), un think tank che opera nelle università cinesi per modificare la percezione pubblica del conflitto di Israele con il popolo palestinese e i paesi del Medio – insomma il veicolo dell’Hasbarà in Cina. SIGNAL Il gruppo SIGNAL è stato fondato dall’israeliana Carice Witte e dalla cinese Guan Yuan. Uno dei corsi offerti dai docenti israeliani di SIGNAL è la “serie sul sionismo”, tenuta da Yisrael Ne’eman, che sostiene che antisionismo è sinonimo di antisemitismo. Chiaro? In un opuscolo ufficiale dell’organizzazione, SIGNAL chiarisce il suo legame con lo Stato cinese, con il PCC e le sue attività nelle università: “SIGNAL è l’unica organizzazione ebraica o israeliana con programmi in tutta la Cina e membro dell’Associazione dei Think Tank della Via della Seta cinese, sotto l’egida del Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del Partito al governo in Cina”. Complimenti.
Parecchi altri elementi utili fornisce il report di AND, chi vuole lo legga. Qui ci limitiamo a prendere atto che il 22 gennaio di quest’anno il China-Israel Guangzhou Innovation Park (Parco dell’innovazione Cina-Israele di Guangzhou) ha invitato una delegazione sionista a celebrare il decimo anniversario della creazione della struttura. Il parco conta 300 imprese sino-israeliane, con 60 progetti di cooperazione tecnologica e 20 aziende israeliane già registrate e operative. La lotta rivoluzionaria del popolo palestinese contro la mostruosa macchina di distruzione e di morte sionista-occidentale per la propria liberazione nazionale e sociale può attendere… A Pechino non hanno fretta.
Sosteniamo, dunque, che ci sarà un eterno idillio tra la Cina iper-capitalista di Xi e lo stato sionista? Affatto. Anzitutto non abbiamo parlato da nessuna parte di idillio. Abbiamo messo nella giusta evidenza che in campo diplomatico la Cina continua a sostenere la (impraticabile) via dei «due popoli, due stati», mostrando un’ipocrisia di fondo pari a quella di Macron, Starmer, Leone XIV e quant’altri. E che sempre in questo campo persegue una propria politica volta a ristabilire l’unità delle fazioni palestinesi dentro e sotto l’ANP, che non coincide certo con quella di Netanyahu e degli altri macellai sionisti. Nello stesso tempo, però, ad un livello della realtà assai più decisivo della diplomazia, abbiamo dimostrato non solo l’enorme ampiezza e solidità dei rapporti economici tra Cina e Israele, ma anche la loro funzione di primo rilievo nel portare avanti il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania.
Sarà sempre così? Non è detto, ovviamente, perché la crescente contrapposizione tra Cina e Stati Uniti in tutti i campi non potrà non avere conseguenze anche nel rapporto tra Cina e Israele. Di recente c’è stato un piccolo screzio, che può essere anticipatore di future tensioni: un deputato della Knesset, Boaz Toporovsky, si è recato a Taiwan e si è prodigato in dichiarazioni del tipo «Taiwan è un vero amico di Israele» – che la parte cinese ha giudicato subito, denunciandola, una provocazione contraria al principio politico inderogabile «One-China». È da notare che l’iniziativa è stata israeliana (1), mentre finora la Cina non si è mai esposta più di tanto anche nelle sue dichiarazioni e iniziative diplomatiche, continuando a rafforzare i suoi amplissimi legami economici con Israele, in un «momento» in cui l’economia israeliana è in condizioni particolarmente critiche per l’impatto profondamente disorganizzante della chiamata alle armi di decine e decine di migliaia di riservisti. Ritorniamo così al punto-chiave: il rilevante, molto rilevante, contributo pratico della Cina al genocidio dei palestinesi.
Questi sono i fatti. Una montagna, una catena di montagne, di fatti. Negarli, o minimizzarli, è negare la realtà. Come accade a quanti forse sanno che la Cina è da molti anni tra i primi tre esportatori di capitali al mondo; forse sanno che tra il 2000 e il 2021 ha concesso prestiti ai paesi del Sud del mondo per un ammontare complessivo di 911 miliardi di dollari – non sono bruscolini (2); ma si attaccano alla circostanza che il tasso di interesse medio dei prestiti cinesi è inferiore a quello del FMI o della Banca mondiale, così da poter magnificare la «diversità» della Cina dal resto dei paesi e delle istituzioni dell’imperialismo occidentale, dimenticando che la Cina detiene, alla pari con il Giappone, la seconda quota del FMI, e quindi svolge una doppia funzione usuraria: con i prestiti propri e con quelli del FMI. Nella stessa negazione della realtà incorrono quanti ignorano, o vogliono ignorare, che nel trentennio dal 1995 al 2025 la Cina è passata da economia che cede valore all’estero ad economia che cattura valore dall’estero (3), un contrassegno inequivocabile dei paesi imperialisti, insieme a quello della massiccia esportazione di capitali; scansano questa scomoda realtà perché mette in discussione la visione tutta ideologica di una Cina in transizione (millenaria?) dal «socialismo» al capitalismo…
La Cina, che è stata per decenni solidale con la causa palestinese, diventata complice attiva del genocidio di Gaza? Impossibile! La Cina della rivoluzione anti-imperialista e «anti-feudale» del 1949, la Cina della Rivoluzione culturale del 1966-’67, diventata imperialista? Impossibile! “Impossibile”, ma vero. A noi che non amiamo particolarmente le citazioni, ne viene tuttavia in mente una: «Il marxismo poggia sul terreno dei fatti, e non delle possibilità. Il marxista deve assumere soltanto fatti rigorosamente e indiscutibilmente provati quali premesse della sua politica (…). Quando invece si mette avanti la ‘impossibilità’, io rispondo: è sbagliato, non è da marxisti, è schematismo. Qualsiasi trasformazione è possibile.» (Lenin). Incluse quelle che ci costringono a cambiare punto di vista.
15 novembre
Note
(1) https://mecouncil.org/blog_posts/is-israel-undermining-its-ties-with-china/
(2) Morro D., Bien-Aimé V. Y. e Engel L. 2024. Navigating Risk and Relationships: Chinese Loans to Africa in 2023, 3 settembre, China Global South Project, https://chinaglobalsouth.com/analysis/navigating-risk-and-relationships-chinese-loans-to-africa-in-2023/?utm_source=chatgpt.com ; Farraj Y. A. 2024. China’s lending to Africa rises for the first time in seven years in 2023, reaches $4.61 billion, Global Economy, 29 agosto, https://economyglobal.com/news/chinas-lending-to-africa-rises-for-the-first-time-in-seven-years-in-2023-reaches-4-61-billion/?utm_source=chatgpt.com ; Rajvanshi A. 2023. How China Became a Global Lender of Last Resort, Time, 28 marzo, https://time.com/6266658/china-emerges-major-global-lender/?utm_source=chatgpt.com ; Miriri D. 2025. China’s collateral demands curbing emerging countries’ ability to manage finances, Reuters, 26 giugno, https://www.reuters.com/markets/asia/chinas-collateral-demands-curbing-emerging-countries-ability-manage-finances-2025-06-25/?utm_source=chatgpt.com ; Witgens S. 2022. China’s footprint in Latin America: Recent developments and challenges ahead, EUISS, 15 settembre, https://www.iss.europa.eu/publications/briefs/chinas-footprint-latin-america?utm_source=chatgpt.com.
(3) B. Güney Işikara – Patrick Mokre, Value Transfers and Value Capture in Price-Value Deviations. Empirical Value Analysis of International Exchange, 2025 ( https://thenextrecession.wordpress.com/wp-content/uploads/2025/06/ahe2025-mokre-1.pdf ); Idd., Marx’s Theory of Value at the Frontiers. Classical Political Economics, Imperialism and Ecological Breakdown, Routledge, 2025.
