Come Tendenza internazionalista rivoluzionaria (TIR) ospitare un incontro che ha posto l’internazionalismo proletario coerente al centro dei suoi lavori e degli impegni di lotta da assumere, era ed è andare contro corrente rispetto ad una situazione, come quella italiana, in cui questa prospettiva deve tuttora battersi, per affermarsi, contro una pesante eredità nazionalista «di sinistra».
Ma era una sfida non meno complessa anche per le altre organizzazioni partecipanti: il Partido Obrero dell’Argentina, Liberazione comunista della Grecia, il Partito socialista dei lavoratori della Turchia (obbligato a partecipare on line per l’impossibilità dei suoi rappresentanti di lasciare la Turchia a causa della repressione di Erdogan), il Socialist Workers Party della Gran Bretagna, il Partito comunista marxista-leninista della Germania, il Partito comunista operaio hekmatista dell’Iran [hanno seguito i lavori da remoto, come osservatori, Okse-Spartakos della Grecia e Workers’ Solidarity della Corea del Sud, mentre ha mandato un saluto dal Giappone la GRCL-NC impegnata, insieme con il sindacato dei ferrovieri Doro Chiba, nell’organizzazione della Grande Marcia contro la revisione costituzionale e la preparazione della guerra contro la Cina.
Si tratta, infatti, di organizzazioni di differente matrice ideologica, dal momento che fanno riferimento, più o meno sfumato, alle lezioni della sinistra comunista italiana, del trotskismo, del maoismo, o che rifiutano ogni forma di affiliazione alle specifiche tendenze rivoluzionarie degli ultimi decenni.
L’abbiamo definita una sfida (per noi), quella della Conferenza Internazionalista, poiché qui in Italia in ogni collettivo, in ogni organizzazione, in ogni «partito» afferente alla cosiddetta sinistra di classe permangono, più o meno forti, i detriti del nazionalismo sociale di marca togliattiana, che è egemone nell’arcipelago kampista dove è diffuso il tifo per Putin e Xi, o per gli ayatollah assassini di un’intera generazione di rivoluzionari che con eroismo scavarono la fossa al regime (filo-sionista) dello Scià. Qui in Italia, infatti, l’internazionalismo si confonde spesso con l’anti-occidentalismo, o con l’antiamericanismo, che si traducono altrettanto spesso nella denuncia a sfondo decisamente nazionalistico della “sovranità limitata” dell’Italia (cosa ben diversa dal riconoscere il posto che l’Italia ricopre nella piramide del capitalismo globale) – un tema diffuso, e caratterizzante, per alcune organizzazioni come la Rete dei comunisti e l’USB.
Lo era ancora di più visto che l’Italia di oggi non si segnala per l’intensità della lotta di classe, né per la vivacità del confronto politico tra le (modeste) forze che condividono – almeno idealmente – la prospettiva rivoluzionaria. Le giornate di lotta del 20-21 giugno costituiscono un segnale di ripresa, ma ancora insufficiente per essere certi che questa ripresa sia forte e durevole.
Diverse incognite, quindi, ambientali e storiche, gravavano su questa Conferenza – incluse penose forme di boicottaggio da parte di quanti hanno guardato ad essa con ostilità. Ma – nonostante qualche disguido organizzativo – la sfida è stata vinta. Per quantità e, soprattutto, per la qualità del confronto sui temi cruciali che in essa si è sviluppato, e la sua decisa proiezione verso il futuro.
La Conferenza era stata chiamata nei mesi scorsi con questa parola d’ordine: «Fermiamo la corsa alla guerra dei capitalisti con il fronte internazionale / internazionalista delle masse sfruttate e oppresse di tutto il mondo». Il caso ha voluto che si svolgesse all’indomani dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran (con l’assistenza e l’approvazione italiana ed europea), dalle conseguenze globali incalcolabili e imprevedibili. Un nuovo, sinistro evento bellico che si è aggiunto alla guerra tra NATO e Russia in Ucraina, al genocidio in corso in Palestina, ai grandi massacri del Congo e del Sudan, al varo del piano Rearm-Europe, per spazzar via i dubbi sul termine “corsa”, da qualche parte messo in questione come esagerato. Corsa al riarmo e ad un nuovo, apocalittico scontro globale inter-imperialistico? Sì, proprio così. Fermo restando che gli svolgimenti successivi e, soprattutto, i relativi tempi di attuazione li conosce – da secoli – solo Nostradamus.
Sicché i lavori della Conferenza, preceduti il venerdì 13 da un animato, anomalo incontro con la stampa (raccolto da Ansa, Il manifesto, Il sole 24 ore), dato per acquisito lo sfondo, si sono concentrati sulle cause di fondo delle guerre in corso e della più generale tendenza alla guerra, e sull’instaurazione di un’economia di guerra (che annuncia pesantissimi sacrifici per la classe lavoratrice) e leggi di polizia sempre più improntate alla militarizzazione della vita sociale. E sulla dinamica e le forze che possono fermare questa corsa all’abisso che coinvolge e sconvolge in pieno lo stesso contesto naturale. L’ONU? I papi, o le chiese? Il capitalismo multipolare? La risposta corale è stata: solo ed esclusivamente il fronte internazionale / internazionalista delle masse sfruttate e oppresse di tutto il mondo.
Qualche babbeo obietterà, di scatto: ideologia! No, signor babbeo: è storia. Solo le rivoluzioni, proletarie o anti-coloniali (non sono la stessa cosa, lo sappiamo, lo sappiamo), hanno fermato le guerre imponendo paci che non fossero altrettanto infami delle guerre. Mai sentito parlare della Comune di Parigi o dell’Ottobre russo? Delle rivoluzioni nazionali algerina, cinese, vietnamita? Più che mai, però, questa volta bisogna provare a fermare per tempo i piani e le manovre dei signori capitalisti della morte con l’intensificazione della lotta di classe e la tessitura della solidarietà e dell’unità di classe. Dentro i confini di ogni paese tra proletari/e autoctoni e immigrati, e tra i paesi e i continenti.
Talmente potente e distruttiva è diventata la macchina della guerra capitalistica, anche con gli apporti delle nuove tecnologie, che solo una forza altrettanto gigantesca può fermarla e farla in pezzi. Questa forza non può essere che quella degli sfruttati e degli oppressi di tutto il mondo. Perché sono loro le vittime predestinate del regolamento di conti tra grandi potenze e potentati capitalistici a scontro per la ri-spartizione del mondo. Non è forse una ragione materiale sufficiente? Non lo è, purtroppo. Perché – l’abbiamo visto in tante circostanze – le borghesie, non solo quelle imperialiste, hanno accumulato un’enorme esperienza e capacità nell’avvelenare di nazionalismo le masse lavoratrici. Con strumentazioni stravecchie e nuove di zecca. E aspettarsi la soluzione dei problemi dalla mera spontaneità dei processi, dalla semplice esplosione degli antagonismi sociali, sarebbe una rovinosa ingenuità.
Nel fitto dibattito di sabato 14, riservato alle organizzazioni partecipanti, si è ragionato proprio intorno al “che fare” per contrastare in modo efficace la propaganda e la politica borghese nelle questioni più intricate ed urgenti che abbiamo di fronte: il genocidio e la pulizia etnica in Palestina, il piano di riarmo europeo, la funzione della NATO, l’ascesa delle destre di matrice fascistoide in Occidente e nel mondo, la situazione sociale e politica in America Latina, e lo scoppio della guerra tra Israele-Stati Uniti e Iran. I risultati di questo dibattito sono contenuti nelle rispettive risoluzioni, che stiamo via via pubblicando nei diversi paesi e nelle diverse lingue. Ed è inutile dire che si tratta di risultati provvisori, che andranno aggiornati e, se del caso, modificati in base agli ulteriori sviluppi delle vicende prese in esame e delle successive chiarificazioni reciproche.
La discussione tra le organizzazioni partecipanti è stata fitta, senza diplomazie là dove era evidente la diversità di posizioni, ma con l’intento comune di dare la prevalenza a ciò che unisce, evitando di esasperare le differenze e renderle intrattabili. La parte pubblica della Conferenza, tenutasi il giorno 15, ha comunicato all’esterno lo spirito del lavoro svolto, e si è tenuta in un clima davvero caloroso. Preceduta da una performance anti-militarista e contro la pena di morte del Living Theatre Europe di Napoli, l’assemblea è stata aperta dal saluto dei compagni napoletani (anche a nome del Movimento 7 novembre e del Laboratorio politico Iskra) e dall’intervento introduttivo di un compagno della TIR, seguito da quelli delle altre organizzazioni partecipanti, dei GPI, di Handala, del Comitato 23 settembre, del SI Cobas di Torino. E si è chiusa con molta soddisfazione dei presenti, mentre qualche compagno/a ci chiedeva perché non l’avessimo fatta durare di più…
In realtà i lavori sono poi proseguiti con la messa a punto finale delle diverse risoluzioni, e con la assunzione di una serie di impegni incalzanti finalizzati a sviluppare ulteriormente, senza pause, la collaborazione tra le organizzazioni partecipanti sia sul piano del confronto che dell’iniziativa politica. Ne daremo conto nelle prossime settimane.
La doppia sfida, quindi, l’abbiamo vinta. Dopo il primo passo, compiuto un anno fa a Buenos Aires, a Napoli si è compiuto un secondo passo nel raggruppamento degli internazionalisti. Bisogna andare avanti decisi, perché la storia si è messa a correre. E’ quanto intendiamo fare. Le lezioni del passato ci sono preziose. Ma non dobbiamo essere prigionieri del passato. I rivoluzionari non sono mai stati, né possono essere, dei replicanti. Se non in questa convinzione, espressa comunque nelle forme e con i contenuti adatti al nostro tempo: one solution, revolution.

